Blowjim

A sedici anni Melanie Walcott fa una cosa che entrerà a far parte delle storie leggendarie del rock: durante un concerto dei Doors sale sul palco e fa sesso con Jim Morrison. È il 1967, l’America è in guerra, l’uomo è appena andato sulla Luna e la giovane Melanie, come tanti suoi coetanei, è in rivolta contro il mondo dei padri. Venticinque anni dopo, a Parigi, un misterioso Jim le chiede un incontro, il filo del tempo comincia a scorrere a ritroso e la donna, ormai quarantenne, si trova a fare i conti con la sua vita.

Blowjim – che parla più o meno di due incontri tra Jim Morrison e una sua fan, a 25 anni e mezzo mondo di distanza l’uno dall’altro, ma soprattutto parla di un sacco di altre cose – è un tentativo di fare in Italia del postmoderno, cioè il genere più moderno e adatto a questi tempi che io conosca pur essendo dalle nostre parti poco frequentato (anche se quelle poche, con risultati interessantissimi). Blowjim sta alle ambizioni e alle complesse partiture degli autori che sono nel pantheon di questo genere letterario come una canzone pop sta alla Settima di Beethoven; ma proprio come una canzone pop, ha la missione di raggiungere un pubblico più vasto.

Missione che passa inevitabilmente per la pubblicazione. Questo romanzo ha iniziato la sua strada attraversando indisturbato le giurie di alcuni altri premi e le redazioni di una quindicina di editori italiani – lo dico per tutti quelli che hanno spedito in giro manoscritti senza ricevere risposta e che confidano nella leggenda sugli scrittori che hanno pubblicato, magari con successo, dopo centinaia di rifiuti. Bene, a quanto sembra le cose stanno esattamente così (cioè: posso garantire per i rifiuti, meno per il successo).

Pur restando quindi del tutto all’oscuro dei meccanismi standard che portano alla pubblicazione, posso solo dir bene di quello un po’ atipico che ci ha portato Blowjim: il premio letterario “RTL 102.5 e Mursia Romanzo Italiano”, dove di italiano c’è solo il romanzo, non il funzionamento del premio. Questo è infatti del tutto privo di arzigogoli, agenti, influenze partitiche, confessionali e via dicendo. La redazione di Mursia si fa carico della benemerita incombenza di trascegliere, tra tutti i manoscritti che le arrivano (quest’anno circa 1.500), i dieci che preferisce. Li passa alla redazione di RTL 102.5, che fra i dieci ne sceglie tre. Questi tre vanno poi a una manciata di ascoltatori-lettori che li giudica sulla base delle sue preferenze. Tre giurie diverse, indipendenti e in cui i lettori non conoscono fino alla fine nemmeno i nomi degli autori; tanto meno le biografie, e i pregressi successi o insuccessi che contengono. Vale insomma l’opera per sé stessa: una meraviglia perduta, in anni in cui si parla più dell’autore che dell’opera (persino quando l’autore non c’è, come nel caso della Ferrante).

E poi trovate scritto, nel bando del premio letterario “RTL 102.5 e Mursia Romanzo Italiano”, che la finalità del premio è di “individuare il romanzo italiano che per contenuti, trama, personaggi, linguaggi possa rappresentare la ricchezza, la forza e la straordinarietà della parola”. Ora io non so quanto le tre giurie abbiano tenuto a mente questa frase, nel giudicare; però sarebbe bello se fosse così, poter pensare che questo libro, che fa a meno di molte consuetudini del romanzo italiano e che cerca di farlo in un modo che possa raggiungere tutti, rappresenti nel suo piccolo la ricchezza della parola. Almeno un pochino.

Per tutti quelli che non l’hanno letto, e forse non lo leggeranno, ecco un paio di estratti.

 

Dal capitolo 2, “André”

La cameriera che trovò il corpo era una notevole mulatta nata a Basse-Pointe, Martinica, a cui i nonni avevano riempito l’infanzia di racconti di complicate esperienze lavorative al servizio dei Messieurs venuti dalla Francia con i loro baffi e i loro kepì: ma a dispetto della folta aneddotica avversa, Josephine non aveva trovato di meglio che mettersi a sua volta a servizio in un hotel dalle parti di Odéon pur di vedere la Grande Ville, come aveva detto a maman. E beh, sì, Parigi era grande, grandissima; l’hotel però un po’ meno, anzi, molto meno: e lungi dal riscattarne la piccolezza, quel corpo nella stanza strideva, così sproporzionato e così fuori da ogni logica da farle prima trattenere il fiato, e indurla poi ad astenersi rispettosamente dall’urlare, ancorché si fosse accorta subito di essere in presenza di un cadavere: già: inerte e affondato nel letto matrimoniale, che si era piegato come se a dormirci sopra fossero in quattro, e per di più uno sull’altro come in qualche gioco da soldataglia. Non urlò: al posto del fiato le uscirono due lacrime di spavento e tristezza: una di qua e una di là, come due perle appese al posto sbagliato.
Tutto, in quella stanza, le pareva innaturale, il silenzio la bianchezza la fissità di quel corpaccione che non si capiva come avesse fatto a passare dalla porta per entrare: e la sua assenza di respiro, che lasciava germogliare la domanda su come ne sarebbe ora uscito, il corpo; mentre fu chiaro quasi subito come da lì era uscita la vita, il soffio vitale: come, per dirla con Renatino Dellecarte, la res cogitans si era sganciata una volta per tutte dalla res extensa.

Fu chiaro, quanto meno, al medico legale. Il dottor Rémy Bardamoux, introdotto alla vasta ma interrotta presenza di André René Roussimoff (così recitava il passaporto, esausto della sbiadita geometria dei timbri: molti degli Stati Uniti, del Giappone), sulle prime trasse indietro il capo anche lui, si lasciò scappare un “Bon, écoute” prima di tacere. Quel corpo sembrava uscito, se non da un romanzo per ragazzi, da un libro di testo: un caso di scuola. Solo che toccarli con mano, gli effetti di quell’azione così precoce e ostinata della pituitaria, era tutto un altro paio di maniche che leggerne sui manuali di endocrinologia. Toccare con mano, guardare con occhi che nemmeno lui, medico, riusciva a staccare dal morto. Prima di tutto perché era enorme, così grande in quella stanza che sembrava occuparne per intero l’orizzonte, sodarne la finitudine. E poi perché alons, era proprio una cosa da far tornare bambini, quella combinazione incredibile di gigantismo e acromegalia, e per di più espressi a quel segno, come in una fiaba al contrario. André René non solo era alto come la Tour Eiffel e grasso come la Borgogna; no; su di lui tutto era manifestamente smisurato, tutto: le ossa lunghe e le loro estremità, la mascella e i visceri, le orecchie e le mani. La cassa toracica era larga come quelle di due nuotatori stesi uno di fianco all’altro. Il cuore doveva essere grande come un cane da compagnia, di quelli che andavano così di moda tra le signore ben sposate che occupavano i più begli alloggi del quartiere. Ma per quanto sviluppato, il muscolo caro ai poeti e trobadori d’ambo le rime, Oc e Oïl, non ce l’aveva più fatta ad abbeverare gli immensi territori dell’impero: insufficienza, il morto ce l’aveva scritto in faccia come uno scolaro indolente. Insufficienza cardiaca. Non un infarto del miocardio, ché la Vecchia Signora sembrava esser stata anzi caritatevole, a giudicare da come era disteso e composto il corpo nel rigor mortis; carità che al dottore non smise di apparire soprattutto ingiusta, non richiesta e giunta a tradimento su un uomo che, avendo superato una vita così gigantescamente fuori dall’ordinario, avrebbe forse preferito guardarla in faccia.

 

Dal capitolo 3, “Il padre”

Decisamente, Walcott padre non aveva apprezzato la fotografia che ritraeva Walcott figlia mentre sventolava una bandiera con la scritta (dipinta a mano) “GO TO THE MOON – LEAVE US THE EARTH”, orgogliosamente alla testa della manifestazione “No Man On The Moon”. La manifestazione in sé non era propriamente stata delle più notevoli in termini di adesioni: anzi, aveva mosso decisamente poca gente: che del resto, dopo anni di manifestazioni contro tutto e contro tutti, cominciava ad avere qualche dubbio sull’efficacia di quello strumento. Nel caso della No-Man-On-The-Moon, però, nonostante la stessa fosse stata preventivamente liquidata come una farsa alimentata dai soliti quattro svitati anti-progresso, nondimeno l’obiettivo era bastato da solo a fare rumore. Parecchio rumore. Contestare la corsa allo spazio e la missione sulla luna, che era pur sempre il più grande successo tecnologico e mediatico statunitense dalla Seconda Guerra Mondiale, non poteva che sembrare una posa da hippy a tutty i costy.

I ragazzi erano effettivamente variopinti, magri e terminavano quasi tutti, nella parte superiore, con matasse di capelli che avrebbero a suo tempo fatto l’invidia di Walcott padre. Venivano dalle formazioni più diverse: la maggior parte dagli Students for a Democratic Society, ma anche dal National Mobilization Committee to End the War in Vietnam e molti, ovviamente, da nessuna formazione. Si riconoscevano tutti nel rifiuto di qualcosa: così determinato il rifiuto e così indeterminato il qualcosa da togliere il sonno a J. Edgar Hoover e ai suoi procacciatori di scheletri negli armadi. Del resto nemmeno un redivivo Carlo Gustavo avrebbe saputo rieducarne le manifestazioni collettive in un inconscio collettivo, dato che oltre che sul cosa e sul come, anche sul perché i vari gruppi non erano mai riusciti a mettersi d’accordo. Le loro posizioni critiche restavano divergenti in merito all’epicentro della criticità: i soldi spesi; il fatto di aver messo la faccenda in mano ai militari; la leadership assegnata a quel Von Braun, uno scienziato del Reich i precedenti razzi del quale i londinesi avevano potuto vedere e apprezzare così da vicino, ma così da vicino, che in cambio avrebbero voluto vederlo processato e imprigionato, se non peggio. Per non parlare poi della corrente di pensiero della Moon Hoax, la Grande Balla, a cui aderiva anche Melanie. Perché sì, c’era anche chi sosteneva che sulla luna l’Apollo non c’era mai arrivato, che si trattava solo di una montatura per far credere ai comunisti-primi-della-classe che i veri padroni della tecnologia spaziale erano gli americani. Dopotutto stava venendo fuori che anche la Guerra in Vietnam era stata tutta una montatura, una menzogna dall’inizio alla fine.