Complimenti

Dodici mesi passano in un lampo – specialmente se non stai scrivendo narrativa – e così è arrivata, trascorsa e suggellata l’edizione 2019 del premio letterario “RTL 102,5 e Mursia Romanzo Italiano” (da qualche parte ci va un segno di interpunzione, secondo me).

Tra i tre finalisti la giuria popolare ha quest’anno deciso di premiare “L’amico giusto” di Marco Cesari, al quale faccio i miei complimenti di cuore, perché il meccanismo di questo premio è quanto di più vicino al “fair play” la mia limitata immaginazione mi consenta di concepire. E al quale va la mia simpatia, visto che la sensazione di alienità che trasmette il modo in cui teneva in mano il trofeo mi pare indicare che nemmeno lui, dopotutto, si aspettava di vincere.

 

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Ipse Dixit

Non c’è niente da fare, l’uomo è schiavo del principio di autorità. Probabilmente per qualche meccanismo sviluppato in un’epoca in cui biologi e antropologi ancora proprio non se la sentono di parlare di umanità e parlano infatti d’altro: ominidi, parantropi, scimmie evolute, eccetera.

Il principio di autorità è importante perché attorno all’autorità si strutturano non solo le opinioni di tutti, ma anche le varie correnti e comunelle e tifoserie e camorre più o meno organizzate – per non parlare delle religioni – che mettono il Verbo davanti a tutti gli altri, a prescindere, e hanno un impatto molto pratico, molto concreto sulla vita di tutti.

Questo meccanismo funziona persino in campo scientifico (Einstein non poteva aver preso un abbaglio sulla meccanica quantistica), figurarsi quindi in letteratura: gli scrittori affermati (anzi più in generale le persone affermate, anche se non sanno scrivere) godono di un credito e di un seguito maggiore di tutti gli altri. E siccome tutti gli altri sono il 99,9% del totale, per la maggior parte di chi scrive la speranza di esser letto è molto più remota di quanto sarebbe in un mondo ideale di pari opportunità: un mondo senza il principio di autorità.

Scriveva Cesare Pavese, in un racconto giovanile, che solo il contadino vede nei solchi il grano dell’anno nuovo. Così è quando scrivi la tua storia, ci lavori, non ti va di raccontarla finché non è finita e ci metti le ore e le sere. Un lavoro che tutti quanti sembra fatica inutile, vuota. Solchi che scavi da solo nella tua vita e solo tu ci vedi, in quei solchi. il grano dell’anno nuovo.

Poi il grano spunta, cresce, matura; e alla fine, il principio di autorità brucia il raccolto.

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Il postmoderno in pillole – 7

E poi diciamolo francamente: il postmoderno è faticoso.

Se ogni libro è un viaggio, i romanzi postmoderni sono un viaggio al quadrato, dove prima ancora di partire bisogna imparare a camminare in un altro modo: all’indietro, o di lato, o su una gamba sola. Ci vuole indubbiamente un po’ di pazienza, anche perché non è che una volta che hai imparato a seguire il respiro di Pynchon sei a posto; no, perché Foster Wallace ne ha un altro e DeLillo un altro ancora e Moresco non c’entra niente con nessuno dei due. Se poi decidi che Pynchon ti piace più di DeLillo e prendi in mano un altro suo romanzo, scopri che comunque devi ricominciare quasi da capo (no, non succede con nessuno degli autori della top 10, e con quasi nessuno della top 100: il postmoderno è troppo fastidioso e faticoso per salire in classifica).

Ti tocca imparare a camminare in un altro modo, dicevamo. E quando con pazienza e applicazione ci sei riuscito e inizi anche a divertirti, l’autore postmoderno cosa fa? Ti porta a spasso per un milione di miglia. Ti spara indigeribili tomi dalle 500 pagine in su e dai 100 personaggi in su. Come se le canzoni dei Radiohead durassero due ore l’una o le tele di Rothko fossero grandi come un campo da tennis.

E questo perché? Se devo essere onesto, non l’ho ancora capito del tutto. Cioè: le spiegazioni che ho trovato per questa estetica debordante del postmoderno non mi hanno convinto del tutto. Ma appena ci arrivo ve lo dico, giuro.

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Il postmoderno in pillole – 6

Diciamolo francamente: il postmoderno è fastidioso.

Com’è la musica sinfonica da quando ha rinunciato all’armonia del canone classico e quindi alla gradevolezza estetica? Fastidiosa.

Com’è la pittura da quando ha rinunciato all’armonia del canone classico e quindi alla gradevolezza estetica? Fastidiosa.

Com’è la letteratura da quando ha rinunciato all’armonia classica e quindi alla gradevolezza estetica? Postmoderna.

Ecco. Gli autori postmoderni, bravi finché si vuole, hanno prodotto esperimenti narrativi, compositivi e linguistici anti-armonici, spesso in prima battuta fastidiosi, che lasciano perplessi e fanno germogliare la domanda: perché dovrei imbarcarmi in un’impresa del genere?

Le ragioni sono due.

La prima ragione è che anche la letteratura va avanti. Una volta che hai visto Piet Mondrian e Roy Lichtenstein e l’action painting, gli impressionisti non ti sembreranno più così attuali: anche se ami Renoir e Jackson Pollock ti fa schifo. Lo stesso se hai ascoltato Cage o Nyman o i Radiohead: che magari non ti piacciono, ma almeno ti rendi conto che i Coldplay non sono poi così avanti. Lo stesso accade con la letteratura postmoderna: è evidente che quello che accade nella vita di tutti i giorni si può sempre raccontare anche con le tecniche classiche; ma ci sono alcune cose che si possono fare – o dire – solo con la tecnologia narrativa postmoderna. Come ci sono cose che si possono fare solo con la fisica quantistica, anche se nella vita di tutti i giorni va benissimo la fisica classica.

Ecco: il postmoderno in letteratura è un ampliamento della tecnologia narrativa classica necessario per dar conto della ricchezza del mondo moderno, come ci sono cose la fisica quantistica è un’estensione della fisica classica (che guarda caso ha rinunciato all’armonia del canone classico).

Ma poi c’è un’altra ragione, ed è che la qualità della letteratura postmoderna è mediamente altissima. Per una semplice ragione di mercato: nessun editore sano di mente pubblicherebbe qualcosa che abbia volontariamente rinunciato al canone classico e alla gradevolezza estetica se quel testo non è suppergiù un capolavoro. Per cui al filtro severissimo degli editori sopravvivono quasi solo i romanzi congegnati meglio, quelli capaci di estrarre dal caos della loro materia significati emergenti nuovi; e in definitiva quelli in cui l’autore soddisfa la nostra richiesta di senso, a prescindere dal fatto che il suo stile ci piaccia o meno.

Per cui fidatevi: il fastidio dopo un po’ passa. Perché siamo animali dotati di intelletto, e il piacere della comprensione supera sempre il piacere estetico.

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Il postmoderno in pillole – 5

L’accostamento di elementi eterogenei e la sovrapposizione di punti di vista non sono una novità, anzi non lo erano nemmeno per i nostri nonni (per chi ha la fortuna di aver avuto dei nonni alfabetizzati) visto che Picasso e Apollinaire e Cage ecc.ecc.

Tantomeno lo sono per noi, che frequentiamo sistemi inventati e sviluppati da nostri coetanei come lo zapping, il multitasking o i social media.  Ma si tratta di accostamenti e sovrapposizioni in cui normalmente non c’è significato. Lo zapping, il multitasking o una pagina di instagram non ci insegnano di per sé niente di più di quanto non ci sia nei singoli programmi TV, applicativi per computer o foto della pagina.

La modernità del postmoderno è che già cinquant’anni fa, largamente prima che esplodessero i fenomeni di cui sopra, aveva invece messo a punto una tecnologia narrativa per estrarre dall’accostamento di elementi eterogenei un significato emergente. “Emergente” nel senso della teoria della complessità: cioè un significato profondo, nuovo e non facile da prevedere partendo dagli elementi stessi.

È per questo che un romanzo postmoderno può legittimamente tenere insieme, per esempio, Jim Morrison, Werner Von Braun, André The Giant e Napoleone tirando fuori da questa bizzarra convivenza significati che invano si cercherebbero nelle biografie di ciascuno. In questo, il postmoderno resta un paio di iarde davanti alla Information Technology (con tutti i suoi addentellati), e i migliori scrittori postmoderni davanti a tutti gli altri scrittori, che in più di un caso paiono non essersi accorti dell’arrivo del Novecento – figurarsi del Duemila.

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Ci si vede al Melville

Giovedì 21 febbraio 2019 parlerò di Blowjim al Melville di San Nicolò, a due passi da Piacenza.

Come spesso succede in provincia, dietro nomi così imponenti da far tremare i polsi ci sono istanze a misura d’uomo – e persino di scrittore esordiente. Così è anche per il Melville, simpatico “caffè letterario” senza nessuna pretesa balenicida e anzi che letterario lo è sul serio, visto che delle due porte che lo allietano una dà appunto sul caffè, l’altra su una biblioteca.

Cercheremo quindi di tenerle aperte entrambe, alternando quello che abbiamo da dire sui Doors (in forma letteraria) a quello che i Doors ancora hanno da dire su di noi (in forma musicale).

Minaccia di essere una serata simpatica, per chi volesse esserci.

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Il postmoderno in pillole – 4

Per poter mescolare il realistico e l’assurdo, gli scrittori postmoderni hanno dovuto metterli sullo stesso piano. E per metterli sullo stesso piano hanno dovuto rinunciare a molte regole – o se preferite dirlo come i matematici, lavorare con un insieme di regole più piccolo – il che significa insieme più libertà e più difficoltà.

Fortunatamente (ma non era fortuna, è che il mondo della cultura è fatto di parti che parlano tra loro più di quanto non sembri), proprio in quegli anni il mondo dei linguisti si stava liberando da due millenni di ossessione per le regole. Così, quando i linguisti riassunsero la preminenza della lingua viva sulla lingua vivisezionata con la raccomandazione “Non chiedete la regola, chiedete l’uso!”, gli scrittori postmoderni la adottarono senz’altro.

E il fatto che questa raccomandazione a sua volta sarebbe – anzi è – una regola, è la cosa più straordinaria di tutta la faccenda.

Anzi: la cosa più postmoderna.

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Il postmoderno in pillole – 3

Dopo che gente come Beckett e Ionesco aveva mostrato il fascino sottile dell’assurdo, e che l’assenza di senso poteva di per se stessa far capire delle cose, gli scrittori postmoderni sono andati oltre. Non si sono limitati a far emergere l’assurdità del mondo, della condizione umana, dei partiti politici italiani; ma sono riusciti a costruire situazioni perfettamente assurde che nei loro romanzi diventavano perfettamente normali; e anzi permettevano di far capire certe cose meglio di quanto avrebbero potuto farlo situazioni normali – anche perché l’uomo occidentale, nel frattempo diventato un po’ sordo per via del rumore in cui è immerso, ha bisogno di stimoli sempre più forti per accorgersi di alcunché.

Allora Thomas Pynchon può spendere decine di pagine per raccontare la lotta contro il sistema di una lampadina che non si rassegna a durare solo 1.000 ore, o la storia d’amore nelle fogne di New York tra un prete e un topo (femmina – non era scontato); David Foster Wallace può indugiare sul tennista che gioca tenendosi una pistola puntata alla tempia; e Antonio Moresco costruisce romanzi i cui personaggi rigorosamente a una dimensione sono il prete tossicomane, il traslocatore, il copy, l’account, la ragazza con l’assorbente e via dicendo.

La cosa incredibile, come si diceva, è che questa roba funziona. Gli scrittori postmoderni possono piacere o no, ma non c’è dubbio che siano riusciti a tirar fuori il senso dal non-senso. Anche la fisica moderna può piacere o no, ma non c’è dubbio che i cosmologi quantistici siano riusciti a tirare fuori un nuovo senso da quel che sembrava la fine del senso, scoprendo che i buchi neri, dopotutto, non erano la fine del mondo e che al loro interno c’era spazio per un’altra fisica, per altre scoperte.

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Il postmoderno in pillole – 2

Gli scrittori postmoderni, come tutti gli scrittori, sono partiti con l’idea di mettere ordine nel caos del mondo.

Il problema è che si sono trovati quasi subito in concorrenza con gli scienziati postmoderni, spesso più bravi di loro a ricucire i lembi di una cultura che nei millenni aveva allontanato sempre di più scientifico e nonscientifico, ipotesi e dogmi, alto e basso. E dopo aver letto Richard Feynman, Stephen Jay Gould, Roger Penrose e gli altri scienziati “pop”, agli scrittori postmoderni non è rimasto che rifugiarsi nell’assurdo – e tentare di mettere ordine pure in quello.

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