Il postmoderno in pillole – 7

E poi diciamolo francamente: il postmoderno è faticoso.

Se ogni libro è un viaggio, i romanzi postmoderni sono un viaggio al quadrato, dove prima ancora di partire bisogna imparare a camminare in un altro modo: all’indietro, o di lato, o su una gamba sola. Ci vuole indubbiamente un po’ di pazienza, anche perché non è che una volta che hai imparato a seguire il respiro di Pynchon sei a posto; no, perché Foster Wallace ne ha un altro e DeLillo un altro ancora e Moresco non c’entra niente con nessuno dei due. Se poi decidi che Pynchon ti piace più di DeLillo e prendi in mano un altro suo romanzo, scopri che comunque devi ricominciare quasi da capo (no, non succede con nessuno degli autori della top 10, e con quasi nessuno della top 100: il postmoderno è troppo fastidioso e faticoso per salire in classifica).

Ti tocca imparare a camminare in un altro modo, dicevamo. E quando con pazienza e applicazione ci sei riuscito e inizi anche a divertirti, l’autore postmoderno cosa fa? Ti porta a spasso per un milione di miglia. Ti spara indigeribili tomi dalle 500 pagine in su e dai 100 personaggi in su. Come se le canzoni dei Radiohead durassero due ore l’una o le tele di Rothko fossero grandi come un campo da tennis.

E questo perché? Se devo essere onesto, non l’ho ancora capito del tutto. Cioè: le spiegazioni che ho trovato per questa estetica debordante del postmoderno non mi hanno convinto del tutto. Ma appena ci arrivo ve lo dico, giuro.

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Il postmoderno in pillole – 6

Diciamolo francamente: il postmoderno è fastidioso.

Com’è la musica sinfonica da quando ha rinunciato all’armonia del canone classico e quindi alla gradevolezza estetica? Fastidiosa.

Com’è la pittura da quando ha rinunciato all’armonia del canone classico e quindi alla gradevolezza estetica? Fastidiosa.

Com’è la letteratura da quando ha rinunciato all’armonia classica e quindi alla gradevolezza estetica? Postmoderna.

Ecco. Gli autori postmoderni, bravi finché si vuole, hanno prodotto esperimenti narrativi, compositivi e linguistici anti-armonici, spesso in prima battuta fastidiosi, che lasciano perplessi e fanno germogliare la domanda: perché dovrei imbarcarmi in un’impresa del genere?

Le ragioni sono due.

La prima ragione è che anche la letteratura va avanti. Una volta che hai visto Piet Mondrian e Roy Lichtenstein e l’action painting, gli impressionisti non ti sembreranno più così attuali: anche se ami Renoir e Jackson Pollock ti fa schifo. Lo stesso se hai ascoltato Cage o Nyman o i Radiohead: che magari non ti piacciono, ma almeno ti rendi conto che i Coldplay non sono poi così avanti. Lo stesso accade con la letteratura postmoderna: è evidente che quello che accade nella vita di tutti i giorni si può sempre raccontare anche con le tecniche classiche; ma ci sono alcune cose che si possono fare – o dire – solo con la tecnologia narrativa postmoderna. Come ci sono cose che si possono fare solo con la fisica quantistica, anche se nella vita di tutti i giorni va benissimo la fisica classica.

Ecco: il postmoderno in letteratura è un ampliamento della tecnologia narrativa classica necessario per dar conto della ricchezza del mondo moderno, come ci sono cose la fisica quantistica è un’estensione della fisica classica (che guarda caso ha rinunciato all’armonia del canone classico).

Ma poi c’è un’altra ragione, ed è che la qualità della letteratura postmoderna è mediamente altissima. Per una semplice ragione di mercato: nessun editore sano di mente pubblicherebbe qualcosa che abbia volontariamente rinunciato al canone classico e alla gradevolezza estetica se quel testo non è suppergiù un capolavoro. Per cui al filtro severissimo degli editori sopravvivono quasi solo i romanzi congegnati meglio, quelli capaci di estrarre dal caos della loro materia significati emergenti nuovi; e in definitiva quelli in cui l’autore soddisfa la nostra richiesta di senso, a prescindere dal fatto che il suo stile ci piaccia o meno.

Per cui fidatevi: il fastidio dopo un po’ passa. Perché siamo animali dotati di intelletto, e il piacere della comprensione supera sempre il piacere estetico.

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Il postmoderno in pillole – 5

L’accostamento di elementi eterogenei e la sovrapposizione di punti di vista non sono una novità, anzi non lo erano nemmeno per i nostri nonni (per chi ha la fortuna di aver avuto dei nonni alfabetizzati) visto che Picasso e Apollinaire e Cage ecc.ecc.

Tantomeno lo sono per noi, che frequentiamo sistemi inventati e sviluppati da nostri coetanei come lo zapping, il multitasking o i social media.  Ma si tratta di accostamenti e sovrapposizioni in cui normalmente non c’è significato. Lo zapping, il multitasking o una pagina di instagram non ci insegnano di per sé niente di più di quanto non ci sia nei singoli programmi TV, applicativi per computer o foto della pagina.

La modernità del postmoderno è che già cinquant’anni fa, largamente prima che esplodessero i fenomeni di cui sopra, aveva invece messo a punto una tecnologia narrativa per estrarre dall’accostamento di elementi eterogenei un significato emergente. “Emergente” nel senso della teoria della complessità: cioè un significato profondo, nuovo e non facile da prevedere partendo dagli elementi stessi.

È per questo che un romanzo postmoderno può legittimamente tenere insieme, per esempio, Jim Morrison, Werner Von Braun, André The Giant e Napoleone tirando fuori da questa bizzarra convivenza significati che invano si cercherebbero nelle biografie di ciascuno. In questo, il postmoderno resta un paio di iarde davanti alla Information Technology (con tutti i suoi addentellati), e i migliori scrittori postmoderni davanti a tutti gli altri scrittori, che in più di un caso paiono non essersi accorti dell’arrivo del Novecento – figurarsi del Duemila.

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Ci si vede al Melville

Giovedì 21 febbraio 2019 parlerò di Blowjim al Melville di San Nicolò, a due passi da Piacenza.

Come spesso succede in provincia, dietro nomi così imponenti da far tremare i polsi ci sono istanze a misura d’uomo – e persino di scrittore esordiente. Così è anche per il Melville, simpatico “caffè letterario” senza nessuna pretesa balenicida e anzi che letterario lo è sul serio, visto che delle due porte che lo allietano una dà appunto sul caffè, l’altra su una biblioteca.

Cercheremo quindi di tenerle aperte entrambe, alternando quello che abbiamo da dire sui Doors (in forma letteraria) a quello che i Doors ancora hanno da dire su di noi (in forma musicale).

Minaccia di essere una serata simpatica, per chi volesse esserci.

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Il postmoderno in pillole – 4

Per poter mescolare il realistico e l’assurdo, gli scrittori postmoderni hanno dovuto metterli sullo stesso piano. E per metterli sullo stesso piano hanno dovuto rinunciare a molte regole – o se preferite dirlo come i matematici, lavorare con un insieme di regole più piccolo – il che significa insieme più libertà e più difficoltà.

Fortunatamente (ma non era fortuna, è che il mondo della cultura è fatto di parti che parlano tra loro più di quanto non sembri), proprio in quegli anni il mondo dei linguisti si stava liberando da due millenni di ossessione per le regole. Così, quando i linguisti riassunsero la preminenza della lingua viva sulla lingua vivisezionata con la raccomandazione “Non chiedete la regola, chiedete l’uso!”, gli scrittori postmoderni la adottarono senz’altro.

E il fatto che questa raccomandazione a sua volta sarebbe – anzi è – una regola, è la cosa più straordinaria di tutta la faccenda.

Anzi: la cosa più postmoderna.

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Il postmoderno in pillole – 3

Dopo che gente come Beckett e Ionesco aveva mostrato il fascino sottile dell’assurdo, e che l’assenza di senso poteva di per se stessa far capire delle cose, gli scrittori postmoderni sono andati oltre. Non si sono limitati a far emergere l’assurdità del mondo, della condizione umana, dei partiti politici italiani; ma sono riusciti a costruire situazioni perfettamente assurde che nei loro romanzi diventavano perfettamente normali; e anzi permettevano di far capire certe cose meglio di quanto avrebbero potuto farlo situazioni normali – anche perché l’uomo occidentale, nel frattempo diventato un po’ sordo per via del rumore in cui è immerso, ha bisogno di stimoli sempre più forti per accorgersi di alcunché.

Allora Thomas Pynchon può spendere decine di pagine per raccontare la lotta contro il sistema di una lampadina che non si rassegna a durare solo 1.000 ore, o la storia d’amore nelle fogne di New York tra un prete e un topo (femmina – non era scontato); David Foster Wallace può indugiare sul tennista che gioca tenendosi una pistola puntata alla tempia; e Antonio Moresco costruisce romanzi i cui personaggi rigorosamente a una dimensione sono il prete tossicomane, il traslocatore, il copy, l’account, la ragazza con l’assorbente e via dicendo.

La cosa incredibile, come si diceva, è che questa roba funziona. Gli scrittori postmoderni possono piacere o no, ma non c’è dubbio che siano riusciti a tirar fuori il senso dal non-senso. Anche la fisica moderna può piacere o no, ma non c’è dubbio che i cosmologi quantistici siano riusciti a tirare fuori un nuovo senso da quel che sembrava la fine del senso, scoprendo che i buchi neri, dopotutto, non erano la fine del mondo e che al loro interno c’era spazio per un’altra fisica, per altre scoperte.

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Il postmoderno in pillole – 2

Gli scrittori postmoderni, come tutti gli scrittori, sono partiti con l’idea di mettere ordine nel caos del mondo.

Il problema è che si sono trovati quasi subito in concorrenza con gli scienziati postmoderni, spesso più bravi di loro a ricucire i lembi di una cultura che nei millenni aveva allontanato sempre di più scientifico e nonscientifico, ipotesi e dogmi, alto e basso. E dopo aver letto Richard Feynman, Stephen Jay Gould, Roger Penrose e gli altri scienziati “pop”, agli scrittori postmoderni non è rimasto che rifugiarsi nell’assurdo – e tentare di mettere ordine pure in quello.

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Il postmoderno in pillole – 0

Se per orientarvi nel postmoderno cercate un elenco di autori postmoderni, ci troverete probabilmente Jorge Louis Borges, William Burroughs, Kurt Vonnegut, Philip K. Dick, Julio Cortázar, Thomas Pynchon, Gabriel Garcia Marquez, Vladimir Nabokov, Italo Calvino, Don DeLillo, Georges Perec, Edouard Limonov, Ryu Murakami, Umberto Eco, Bret Easton Ellis, Alan Moore, Orhan Pamuk, Douglas Coupland, David Foster Wallace, Jonathan Lethem, Jonathan Safran Foer, Antonio Moresco e molti altri: praticamente, tutto quel che di rilevante è accaduto nel mondo della letteratura nell’ultimo mezzo secolo e più.

È evidente che un elenco del genere non può essere preso sul serio. A meno di considerarlo, a sua volta, postmoderno.

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Il sesso platonico

Nonostante si apra con quella che tutto sommato è una scena di sesso tra ragazzi, Blowjim non parla mai di sesso tra ragazzi: che meriterebbe senz’altro un romanzo a parte, e i cui esempi in effetti non mancano.

Riannodando il filo un quarto di secolo più tardi, Blowjim parla inevitabilmente di sesso tra adulti: una faccenda che alla maggior parte degli adulti, peraltro, capita solo ogni tanto. Quanto farà in totale, tre o quattro ore l’anno? Se ci si arriva. Eppure attorno a queste tre o quattro ore strutturiamo gran parte della nostra vita cosciente e anche incosciente: come ci vestiamo, la palestra per mantenerci atletici, le diete, il trucco, le pose, l’oroscopo: gira tutto lì attorno, in questo sono decisamente d’accordo con Freud.

Allora pensavo che potesse essere possibile che il ricorrere di un evento di questa natura potesse scatenare da solo effetti profondi e duraturi: segnare dei punti di svolta. E così l’incontro tra Melanie e Jim, che come la cometa di Halley torna a distanza di decenni trovando un mondo molto cambiato, si svolge in due modi completamente diversi e ha un impatto su Melanie altrettanto diverso.

È bella questa spiegazione, no? Mi piace molto come descrive la genesi della storia. Peccato che non spieghi veramente nulla, della storia, perché me la sono data poco fa, quando la storia l’avevo già scritta da anni. Quindi non è una spiegazione, ma una interpretazione della storia: vale come tutte le altre, che siano mie o non mie. E questo succede per via del platonismo.

Il platonismo che ho in mente io è quello che si trova nelle discussioni – ancora accese – tra realisti (o platonisti) e costruttivisti (o intuizionisti) sulle idee matematiche. Se siete nella maggioranza degli italiani che detesta la matematica, basta pensare alla cosa più semplice che vi viene in mente, che so: la distinzione tra numeri pari e numeri dispari.

La distinzione tra pari e dispari e le altre idee della matematica dove vivono? Hanno una esistenza propria, reale, immutabile e noi ci limitiamo a scoprirle (come dicono i realisti-platonisti) oppure sono costruzioni dell’uomo e vivono soltanto nella testa dell’uomo (come dicono i costruttivisti-intuizionisti)? Non voglio qui entrare nella discussione, ma piuttosto allargarla: perché limitarsi alle idee matematiche? Quando Michelangelo dice che scolpire significa “liberare il marmo del suo soverchio” non ha in mente una concezione platonista?

Per quanto mi riguarda, ho l’impressione che la stessa discussione, in fondo, si possa fare per le storie. Nel caso, mi schiererei dalla parte dei platonisti, probabilmente perché ho troppo poca fantasia per essere costruttivista. Le storie mi è sempre sembrato di scoprirle, più che di costruirle. Se allora sono già lì e vanno solo illuminate, in Blowjim ha perfettamente senso che Melanie non sappia tutto di quello che è successo, e che una parte della verità resti in mano a Jim, un’altra al narratore e un’altra ancora al lettore. Perché è così, mi sembra, che vanno le cose nella vita.

Riassumendo: è il platonismo che spiega gli effetti dell’amore non platonico. Così va la vita.

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