DA DOVE VENGO

Vengo precisamente da qui:

 

“Middle of nowhere”, sarebbe l’espressione inglese; quella italiana non si può riportare per educazione. Da qui venivano i miei nonni e, a quanto è dato sapere, i nonni dei miei nonni tranne forse uno, della di cui storia si sa molto poco.

Per quanto depositati dalla sorte in questo lieto posticino, i miei antenati digiuni di lettere e di patate riuscirono pian piano a mettere insieme un po’ di patate; poi addirittura un po’ di lettere per i figli – a prezzo, le une e le altre, di sacrifici che oggi sarebbero considerati inaccettabili.

Le lettere, certificate con diploma di università, quindi tradotte in cattedra scolastica e in nuove e più ricche possibilità di sbarcare il lunario, hanno portato la mia famiglia in una traiettoria discendente dalla montagna emiliana alla collina emiliana; e dalla collina emiliana alla pianura emiliana.

Dopo aver sperimentato le lettere, i miei genitori non poterono che raccomandarmi di starne alla larga. Di occuparmi di cose tecniche, piuttosto. Così, dovendo come tutti i miei avi lavorare per vivere, all’inizio ho fatto cose lontanissime dalla scrittura. Ho provato a fare seriamente il dilettante, in un periodo in cui facevo il dipendente pubblico a Roma. Difficile, diceva Brancusi, non è fare ma mettersi in condizione di fare.

Io pensavo appunto di essermici messo: solo che la cosa non funzionava. Le storie non venivano fuori. La voce, tanto meno. Venne fuori in compenso, e quasi subito, che non ero tagliato per la dipendenza pubblica, o come si chiama. E che la condizione di cui parlava Brancusi si realizzava, nel mio caso, in cucina di notte oppure in treno o in sala d’attesa dal dottore. Non si può essere seriamente dilettanti: bisogna esserlo dilettantescamente, rispettando i luoghi e gli orari di lavoro del dilettante. Con risultati, bisogna dirlo, all’altezza delle premesse: perché prima di scrivere il dilettante ha sempre – sempre – qualcosa di più urgente o di più importante da fare.

Trovata la condizione, partorito il partoribile, il dilettante vorrebbe uscire dal dilettantismo, cercando in tutti i modi di farsi pubblicare. Centinaia di manoscritti inviati ovunque, telefonate all’amico il cui vicino di casa fa la manutenzione del verde in Mondadori, raccomandazioni sacre e profane, pubblicazione a pagamento, auto-pubblicazione. Io mi sono limitato a spedire qualcosa a una dozzina di editori.

Gli editori, va detto, ci mettono del loro: quelli che vogliono tutto il libro e quelli che vogliono estratto e sinossi; quelli che ti chiedono il CV e quelli che parlano solo con il tuo agente (chi?), quelli che ricevono solo dal martedì al venerdì della terza settimana di novembre e quelli che hanno già ricevuto tanti manoscritti, ma tanti, che non guardano più niente per un anno o due. Poi ci sono quelli importanti, che ricevono sempre e non rispondono mai.

Per fortuna ogni tanto ci sono i concorsi per dilettanti; e a un concorso per dilettanti una delle cose che avevo scritto è piaciuta. Così oggi posso finalmente dire di essere diventato un dilettante come si deve.