GLI STESSI LIBRI

Christian Cavaciuti ha vissuto tra Piacenza, Milano, Parigi, Roma e Torino facendo il raccoglitore di pomodori, il programmatore, l’ingegnere, il ricercatore, l’insegnante, il dipendente pubblico, il giornalista, il traduttore, il cassintegrato e il disoccupato. Si sposta solo in moto, detesta i social media e rilegge sempre gli stessi libri.

“Rilegge sempre gli stessi libri” è probabilmente il singolo elemento più importante della nota biografica che a un certo punto ho dovuto rilasciare. Merita una precisazione, perché il mondo dei libri non è ovviamente chiuso, e la faccenda è sottile. Leggo continuamente libri nuovi, ma rileggo sempre gli stessi: i pochi autori che mi parlino veramente. Quelli a cui debbo degli insegnamenti che – sparsi gli uni e gli altri – si trovano qui sotto.

 

Carlo Emilio Gadda – A mescolare alto e basso, umanesimo e tecnica, scienza e credenza

Tutte ste novità in luogo dell’opale azzurro cenere che il Balducci vi aveva veduto l’altre volte: pietra a due facce, recto e verso, e pure dimolto bella, spiegò all’Ingravallo: ma… Pietra sublunare, pietra elegiaca, dalle dolci e soffuse lattescenze come di cielo nordico (nuits de Saint Petersbourg) o forse di colla di silice, posata e raggelata adagio a luce fredda, nel crepuscolo-alba del 60° parallelo. In una faccia era inciso il monogramma RV, Rutilio Valdarena: liscia l’altra. Il nome der nonno, dell’archetipo di tutti i Valdarena: che da pupetto era bionno de capelli: biondo rosso, dicevano. Morto il nonno, la catena (col ciondolo) era andata allo zio Peppe, sul cui gilé di velluto nero a puntolini gialli aveva gravitato quarche mese, la domenica e l’altre feste de precetto. A Liliana l’aveva destinata il nonno, certo: a Liliana: nonno Rutilio: che però l’aveva provvisoriamente legata allo zio Peppe, in una sorta di fidecommesso equitativo. Nei confronti dello zio Peppe, il ciondolo di opale aveva agito senza por tempo in mezzo: non però come ciondolo, con il tepore benigno e benefavente di tutti i ciondoli e di tutti li corni e cornetti, ma con le sinistre attitudini cancheromotrici di che andò perfusa ab aeterno la nobile e malinconica frigidità della gemma. Dopo sette mesi e mezzo dalla morte del nonno, lo zio non aveva potuto sottrarsi all’obbligo, prettamente opalino, di trasferire a Liliana la proprietà della catena d’oro, a norma del testamento paterno: con attaccato quel balocco. Perché fu allora, dichiarò cupo il Balducci, che lo zio si era reso indimenticabile.

Da “Quer pasticciaccio brutto de Via Merulana”, Garzanti

 

Cesare Pavese – A cercare nel non detto di una storia nota

(Parlano Orfeo e Bacca)

ORFEO. È andata così. Salivamo il sentiero tra il bosco delle ombre. Erano già lontani Cocito, lo Stige, la barca, i lamenti. S’intravvedeva sulle foglie il barlume del cielo. Mi sentivo alle spalle il fruscìo del suo passo. Ma io ero ancora laggiù e avevo addosso quel freddo. Pensavo che un giorno avrei dovuto tornarci, che ciò ch’è stato sarà ancora. Pensavo alla vita con lei, com’era prima; che un’altra volta sarebbe finita. Ciò ch’è stato sarà. Pensavo a quel gelo, a quel vuoto che avevo traversato e che lei si portava nelle ossa, nel midollo, nel sangue. Valeva la pena di rivivere ancora? Ci pensai, e intravvidi il barlume del giorno. Allora dissi “Sia finita” e mi voltai. Euridice scomparve come si spegne una candela. Sentii soltanto un cigolio, come d’un topo che si salva.

Da “L’inconsolabile” in “Dialoghi con Leucò”, Einaudi

 

Thomas Pynchon – Che cos’è il postmoderno (e che la vera letteratura ha ambizioni irragionevoli)

La sera dopo Profane era alla Anthroresearch Associates, seduto nello stanzino riservato al guardiano notturno, i piedi appoggiati a un fornello a gas. Stava leggendo un racconto western intitolato Lo sceriffo esistenzialista, un’opera d’avanguardia raccomandatagli da Pig Bodine. Al di là di una delle aree del laboratorio, di fronte a Profane, i tratti illuminati da una luce notturna che gli conferiva un aspetto mostruoso alla Frankenstein, c’era SHROUD, l’acronimo di synthetic human, radiation output determined, un essere artificiale a emissione radioattiva controllata. (…) Nel XVIII secolo si riteneva utile considerare l’uomo una specie di automa meccanico. Nel XIX secolo, ormai assimilata la fisica newtoniana, l’uomo veniva considerato più come una macchina termica, con un grado di efficienza attorno al 40%. Adesso, nel XX secolo, con il prevalere della fisica atomica e subatomica, l’uomo è diventato un qualcosa capace di assorbire i raggi X, i raggi gamma e i neutroni. Tale, perlomeno, era l’idea di progresso che aveva Oley Bergomask.

Da “V.”, Rizzoli

 

Louis Ferdinand Céline – Che il pessimismo radicale ha un fascino radicale

Fu solo per ragioni di soldi, ma quanto urgenti e imperiose, che mi misi alla ricerca di Lola! Non fosse stato per quella necessità miseranda, come l’avrei proprio lasciata invecchiare e scomparire senza mai rivederla quella troietta della mia amica! Tutto sommato, nei miei confronti, e su quello mi sembrava non ci fossero dubbi a rifletterci, s’era comportata nella maniera più maledettamente disinvolta.
L’egoismo degli esseri che si sono mescolati alla nostra vita, quando si pensa a loro, da vecchi, si dimostra innegabile, cioè come se fosse d’acciaio, di platino, e persino più durevole del tempo stesso.
Quando si è giovani, l’indifferenza più arida, le porcate più ciniche, si arriva a trovargli la scusa del capriccio passionale e chissà quale segno di romanticismo inesperto. Ma più tardi, quando la vita vi ha mostrato per bene tutto quello che può esigere in cautela, crudeltà, malizia soltanto per essere mantenuta bene o male a 37°, ti rendi conto, sei informato, hai le carte in regola per capire tutte le stronzate che contiene un passato. Basta in tutto e per tutto contemplare scrupolosamente sé stessi e quel che si è diventati in fatto di schifezza. Niente più mistero, niente più ingenuità, ti sei mangiato tutta la poesia visto che hai vissuto fino a quel momento. È un cazzo fritto, la vita.

Da “Viaggio al termine della notte”, Corbaccio

 

Guido Ceronetti – Ad andare alle radici della nostra cultura, e perforarla

Tutti gli ospedali, nel mondo cristiano, sono nati come proiezione della croce, vestiboli della morte: la Rivoluzione Francese è stata il solare chirurgo che li ha messi al servizio della vita. (E adesso pendono nel vuoto: gli manca la morte, c’è il frigorifero senza la morte, il morire senza la morte).

L’amore sessuale nei degenerati e nei criminali è l’altra faccia della conoscenza anatomica e fisiologica: è analitico, squartatore, frantumatore. Non arriva a niente: è essenzialmente una via sbagliata. La Psicologia si comporta, con Psiche, altrettanto criminalmente, con notevoli eccessi maniacali, ma la scoperta dei suoi cadaveri, ammucchiati nei libri, non dà luogo a inchieste giudiziarie.

Da “Il silenzio del corpo”, Adelphi

 

Jorge Luis Borges – Definire con precisione il reale e l’immaginario, ma cancellarne i confini

Secoli e secoli di idealismo non hanno mancato di influire sulla realtà. Non è infrequente, nelle regioni più antiche di Tlön, la duplicazione degli oggetti perduti. Due persone cercano una matita; la prima la trova, e non dice nulla; la seconda trova una seconda matita, non meno reale, ma meno attagliata alla sua aspettativa. Questi oggetti secondari si chiamano hrönir, e sono, sebbene di forma sgraziata, un poco più lunghi. Fino a poco tempo fa i hrönir furono creature casuali della dimenticanza e della distrazione. Alla loro produzione metodica – sembra impossibile, ma così afferma l’undicesimo volume – non si è giunti che da cento anni.

Da “Tlön, Uqbar, Orbis Tertius” in “Finzioni”, Einaudi

 

Stefano D’Arrigo – A inventare la lingua, dove lingua non basta

E qui tornò fuori il fidelissimo delle deisse, ma non più lo smanioso femminòtoro, che pareva volercelo mandare a nome e a gusto solo sulle femminote: solo un vecchio in ammirazione, un fedele antico di quelle deisse galeotte, con le sboccataggini ormai schiumate sulla bocca, ma non dette e ridette unicamente perché non c’era o non trovava altro per illustrarle e decantarle, esse per esse, spassionatamente, senza più pasteggiarsele in bocca, fare saliva e ingrifonarle: con accenti, perciò, più persuasi e persuasivi, se doveva dire.

“Se volete approdare allo scopo vostro, in Sicilia,” continuò, ponderando le parole a una a una, pesate posate, sapute sapite, come dette, da bocca a orecchio, dallo spiaggiatore, quando va solo seco seco “vi dovete scrivere a mente questo: che sono deisse, e se non le trattate per tali e non gli entrate nella divozione, voi, in Sicilia, per grazia loro, non ci arriverete mai. Pigliatele per il verso loro invece, per quanto dispotico sia, divozionatele nello stile che stilano e in Sicilia allora vi porteranno a musica, ciancianiando…”

Da “Horcynus Orca”, Mondadori

 

Marcel Proust – Che lo stile non annoia mai

Tra i commensali, a parte gli habitués, c’era un professore della Sorbona, Brichot, che aveva incontrato i signori Verdurin alle cure termali e che, se gli impegni universitari e i lavori di erudito non avessero reso molto rari i suoi momenti liberi, con piacere sarebbe andato spesso da loro. Aveva, infatti, quella curiosità, quella superstizione della vita che, unita a un certo scetticismo riguardo all’oggetto dei propri studi, dà a certi uomini intelligenti, qualunque ne sia la professione, medici che non credono alla medicina, professori di liceo che non credono alla versione di latino, la reputazione di menti aperte, brillanti e persino superiori. In casa Verdurin, parlando di filosofia e di storia, Brichot ostentava di cercare i suoi paragoni tra quanto c’era di più attuale, innanzitutto perché era convinto che quelle discipline non fossero altro che una forma di preparazione alla vita e s’immaginava di trovare in atto nel piccolo clan ciò che, fino a quel momento, aveva conosciuto solo attraverso i libri, e poi, forse, anche perché, avendo un tempo assorbito, e conservato a sua insaputa, un rispetto reverenziale per certi argomenti, credeva di spogliarsi dalla veste professorale prendendosi nei loro confronti delle licenze che, in realtà, gli apparivano tali unicamente perché continuava a indossarla.

Da “Dalla parte di Swann”, Mondadori.

 

Julio Cortazar – Che la letteratura continua a germinare da sé stessa

Andrée,

io non volevo venire ad abitare nel suo appartamento di via Suipacha. Non tanto per i coniglietti, piuttosto perché mi addolora entrare in un ordine chiuso, costruito ormai fin nelle più sottili maglie dell’aria, quelle che in casa sua preservano la musica della lavanda, il volo di un piumino per la cipria, il gioco del violino con la viola nel quartetto di Rarà. Mi amareggia entrare in un ambito dove qualcuno che vive in modo preciso e raffinato ha disposto tutto come in una reiterazione visibile della propria anima, qui i libri (da una parte in spagnolo, dall’altra in inglese e francese), lì i cuscini verdi, in questo preciso punto del tavolino il portacenere di cristallo che sembra il frammento di una bolla di sapone, e sempre un profumo, un suono, un crescere di piante, una fotografia dell’amico morto, rituale di vassoi per il tè e mollette per lo zucchero… Oh, cara Andrée, com’è difficile opporsi, anche accettandolo con l’intera sottomissione del proprio essere, all’ordine minuzioso che una donna instaura nel luogo della sua lieve residenza.

Da “Lettera a una signorina a Parigi”, in “Bestiario”, Einaudi

 

Paolo Nori – Che è la vita ad essere letteraria, non viceversa

Il fatto è che tutti gli altri, i miei conoscenti, sapevano bene quello che avrebbero fatto.
Filippelli, il mio compagno di banco alle medie, voleva fare il geometra, fa il geometra. Mastrocinque, che voleva fare l’ingegnere, infatti fa l’ingegnere. Pescante, che voleva fare il console, si è iscritto a scienze politiche. Dopo non l’ha fatto, il console, ha fatto l’assicuratore. Però sembrava uno con le idee chiare. Brennini, voleva fare il politico, l’ha fatto. Brennini, dopo le medie, non l’ho più visto. L’ho rivisto solo una volta, in televisione, da Maurizio Costanzo. Era lì, socialdemocratico pettinatissimo. Adesso non è più socialdemocratico. Adesso è in un partito che si chiama Forza Italia. Ma è sempre un politico. Lui le ha realizzate, le sue aspirazioni.

Da “Bassotuba non c’è”, Einaudi

 

Filippo Scozzari – Che la sincerità non è mai troppa

Nei miei tentativi milanesi di sfondare le avevo provate tutte.
“Linus”.
“Il Mago”.
“Re nudo”.
“Eureka”.
Ero finito persino in casa di Gino Sansoni, il marito imbrillantinato, truffaldino e sfanculato di una delle due sorelle inventrici di Diabolik. Il suo appartamento era impressionante. In tutte le camere, per terra, carte, documenti, foto, disegni, per uno spessore di dieci cm buoni. E sui tavoli, sui divani, sulle sedie, negli scaffali altra carta, molta carta, tanta carta. In una stanzuccia senza finestre, ricurvo su una sorta di tavolo luminoso, un pallido biondino con barbetta giochicchiava con riga e due squadre. Mi aveva guardato indispettito appena ero entrato. Probabilmente l’avevo distratto dalle sue dita, e certamente gli stetti sui coglioni così, al volo. In un’altra stanza un pappagallo su un trespolo gracidava e scagazzava.
Il vecchio tappo girava per casa con una vestaglia dannunziana lunga fino a terra e la retina sui capelli tinti impomatati, sollevando davanti a sé con le ciabatte baffi e sbuffi di spuma cartacea. Mentre seguivo le spalle rotonde di quel motoscafo mi chiedevo dove fossi capitato.

Da “Prima pagare poi ricordare”, Castelvecchi (ora Fandango Libri)

 

Enrico Brizzi – A parlare dell’oggi con la voce di oggi

Quella pseudoprimaverile domenica pomeriggio, il vecchio Alex aveva arrampicato le scale di casa con in testa il presagio, meglio, con in testa la telefoto-presagio, della sua famiglia barricata in tinello a guardare le pattonate americane via grundig. Un istante più tardi, non s’era ancora sfilato il parka, aveva dovuto prendere atto che la telefoto, di un realismo agghiacciante, gli provava quanto le sue facoltà di preveggenza stessero raggiungendo, con l’età, livelli negromantici sbalorditivi: erano tutti in salotto, e tutti vagamente sgomenti o assorti di fronte alle forzute vicende del Rocky IV; il frère de lait, risucchiato nel video, che già sognava di diventare pugile professionista, un giorno; la mutter, pericolosamente in bilico tra la visione di quelle forzute vicende e la lettura delle Bologna’s Chronicles su Repubblica; il Cancelliere, seminghiottito dalla poltrona e inutilmente sorridente, che accompagnava gli uppercut dello Stallone nano con battutine da sistema nervoso in pezzi e imitazioni, depressive, della voce robotica d’Ivan Drago.”

Da “Jack Frusciante è uscito dal gruppo” (Baldini&Castoldi, poi Oscar Mondadori)

 

Patrick Ourednik – A riverire la potenza della paratassi

Il primo genocidio del XX secolo avvenne in Turchia nel 1915 quando il governo fece arrestare e fucilare preventivamente 600 famiglie armene che vivevano a Costantinopoli e fece disarmare e poi fucilare i soldati di origine armena arruolati nell’esercito turco. E tutti gli armeni ricevettero l’ordine di lasciare le città o i villaggi entro ventiquattro o quarantott’ore e l’esercito turco si appostò alle porte delle città e quando la gente cominciò a uscire tutti gli uomini furono fucilati mentre le donne e i bambini furono mandate in esilio nelle regioni desertiche della Mesopotamia. E le donne e i bambini dovettero percorrere quattro o cinquecento chilometri a piedi senza cibo e in gran parte morirono. E i francesi e gli inglesi e i russi inviarono una nota congiunta di protesta in cui per la prima volta si parlava di crimine contro l’umanità. E un ufficiale tedesco che era istruttore nell’esercito turco portò in Germania 66 fotografie del genocidio armeno e le inviò all’imperatore con una lettera per dirgli che la Germania avrebbe fatto bene a scegliere meglio i suoi alleati e che la vergogna della Turchia si ripercuoteva sul popolo tedesco. E tra il 1928 e il 1949 i russi hanno deportato sei milioni di cittadini di nazionalità sospetta armeni tartari lituani estoni ucraini polacchi tedeschi moldavi greci coreani calmucchi curdi ingusci ecc. che morirono in ragione del 30% durante il trasferimento e del 20% l’anno seguente. I comunisti hanno detto più tardi che non si trattava di deportazioni ma di un’ottimizzazione dello spazio geografico e del primo passo verso una nuova società in cui l’importante non sono le origini ma il lavoro svolto da ognuno in vista del bene comune. E nel 1934 i comunisti inventarono una riserva per gli ebrei e invitarono tutti gli ebrei russi a stabilirvisi. La riserva si trovava al confine con la Cina nella ragione di Kharabov e in inverno la temperatura scendeva a -40 °C e i comunisti dicevano che non si trattava di una riserva ma di una regione autonoma ad amministrazione interna in cui gli ebrei avrebbero potuto vivere per conto loro ed essere autonomi. E nel 1944 i comunisti hanno deportato nel Kazakistan e nel Kirghizistan 477.000 ceceni in 12.525 carri bestiame e 190.000 ceceni o poco più sono morti durante il trasferimento e nel 1999 i russi hanno inventato dei campi di concentramento speciali chiamati campi di spostamento transitorio per ceceni sospetti e nel 1948 hanno accusato i giornalisti e i medici di origine ebraica di cosmopolitismo e di sionismo e di atteggiamenti borghesi e hanno fatto uccidere la maggior parte di loro e hanno inviato gli altri nei campi di concentramento. La stima delle vittime del genocidio armeno è di un milione o un milione e mezzo di vittime ma i turchi dicevano che non si trattava di un genocidio vero e proprio e la maggior parte degli ebrei era dello stesso avviso.

Da “Europeana. Breve storia del XX secolo”, Duepunti edizioni

 

Antonio Moresco – Che magari è arrivata la fine della storia; ma non quella della letteratura

Canto del donatore

Che fardello è stato gettato sulle mie spalle, a questo punto! Ora mi è più chiaro che cosa si aspetta da me. Perché sono stato tenuto in questa purezza, in questa assolutezza. Il mio corpo, la banca del seme, anche il videogame che sto preparando, e che si espande continuamente fino a conglobare e inghiottire ogni cosa che si muove qui dentro e si divincola e si va formando ed esplode e canta. E che può diventare e che sta diventando e che ha dentro di sé tutte le potenzialità per poter diventare il brand movie di tutta questa sbalorditiva transazione epocale mai vista prima, della quale ancora niente si sa, ma attraverso la quale si percepisce che si andranno a formare le nuove fondazioni di questa storia a venire. L’averla accettata permetterà a questa storia di sfondarsi, di rifondarsi e di collocarsi là dove prima d’ora nessuno è mai stato, di porsi come possibilità stessa del suo incarnarsi. L’invenzione rovesciata delle sue stesse strutture, inverate, deflagrate.

Da “Canti del caos”, Mondadori

 

Italo Svevo – Che la vita è dei vincenti, ma la letteratura è dei perdenti

Circa un anno prima della sua morte, io seppi una volta intervenire abbastanza energicamente a vantaggio della sua salute. M’aveva confidato di sentirsi male ed io lo costrinsi di andare da un medico dal quale anche lo accompagnai. Costui prescrisse qualche medicinale e ci disse di ritornare da lui qualche settimana dopo. Ma mio padre non volle, dichiarando che odiava i medici quanto i becchini, e non prese neppure la medicina prescrittagli perché anch’essa gli ricordava i medici e i becchini. Restò per un paio d’ore senza fumare e per un solo pasto senza vino. Si sentì molto bene quando poté congedarsi dalla cura e io, vedendolo lieto, non ci pensai più.

Da “La coscienza di Zeno”, Dall’Oglio, poi Ed. vari