Il postmoderno in pillole – 3

Dopo che gente come Beckett e Ionesco aveva mostrato il fascino sottile dell’assurdo, e che l’assenza di senso poteva di per se stessa far capire delle cose, gli scrittori postmoderni sono andati oltre. Non si sono limitati a far emergere l’assurdità del mondo, della condizione umana, dei partiti politici italiani; ma sono riusciti a costruire situazioni perfettamente assurde che nei loro romanzi diventavano perfettamente normali; e anzi permettevano di far capire certe cose meglio di quanto avrebbero potuto farlo situazioni normali – anche perché l’uomo occidentale, nel frattempo diventato un po’ sordo per via del rumore in cui è immerso, ha bisogno di stimoli sempre più forti per accorgersi di alcunché.

Allora Thomas Pynchon può spendere decine di pagine per raccontare la lotta contro il sistema di una lampadina che non si rassegna a durare solo 1.000 ore, o la storia d’amore nelle fogne di New York tra un prete e un topo (femmina – non era scontato); David Foster Wallace può indugiare sul tennista che gioca tenendosi una pistola puntata alla tempia; e Antonio Moresco costruisce romanzi i cui personaggi rigorosamente a una dimensione sono il prete tossicomane, il traslocatore, il copy, l’account, la ragazza con l’assorbente e via dicendo.

La cosa incredibile, come si diceva, è che questa roba funziona. Gli scrittori postmoderni possono piacere o no, ma non c’è dubbio che siano riusciti a tirar fuori il senso dal non-senso. Anche la fisica moderna può piacere o no, ma non c’è dubbio che i cosmologi quantistici siano riusciti a tirare fuori un nuovo senso da quel che sembrava la fine del senso, scoprendo che i buchi neri, dopotutto, non erano la fine del mondo e che al loro interno c’era spazio per un’altra fisica, per altre scoperte.

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