Il postmoderno in pillole – 7

E poi diciamolo francamente: il postmoderno è faticoso.

Se ogni libro è un viaggio, i romanzi postmoderni sono un viaggio al quadrato, dove prima ancora di partire bisogna imparare a camminare in un altro modo: all’indietro, o di lato, o su una gamba sola. Ci vuole indubbiamente un po’ di pazienza, anche perché non è che una volta che hai imparato a seguire il respiro di Pynchon sei a posto; no, perché Foster Wallace ne ha un altro e DeLillo un altro ancora e Moresco non c’entra niente con nessuno dei due. Se poi decidi che Pynchon ti piace più di DeLillo e prendi in mano un altro suo romanzo, scopri che comunque devi ricominciare quasi da capo (no, non succede con nessuno degli autori della top 10, e con quasi nessuno della top 100: il postmoderno è troppo fastidioso e faticoso per salire in classifica).

Ti tocca imparare a camminare in un altro modo, dicevamo. E quando con pazienza e applicazione ci sei riuscito e inizi anche a divertirti, l’autore postmoderno cosa fa? Ti porta a spasso per un milione di miglia. Ti spara indigeribili tomi dalle 500 pagine in su e dai 100 personaggi in su. Come se le canzoni dei Radiohead durassero due ore l’una o le tele di Rothko fossero grandi come un campo da tennis.

E questo perché? Se devo essere onesto, non l’ho ancora capito del tutto. Cioè: le spiegazioni che ho trovato per questa estetica debordante del postmoderno non mi hanno convinto del tutto. Ma appena ci arrivo ve lo dico, giuro.

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