Ipse Dixit

Non c’è niente da fare, l’uomo è schiavo del principio di autorità. Probabilmente per qualche meccanismo sviluppato in un’epoca in cui biologi e antropologi ancora proprio non se la sentono di parlare di umanità e parlano infatti d’altro: ominidi, parantropi, scimmie evolute, eccetera.

Il principio di autorità è importante perché attorno all’autorità si strutturano non solo le opinioni di tutti, ma anche le varie correnti e comunelle e tifoserie e camorre più o meno organizzate – per non parlare delle religioni – che mettono il Verbo davanti a tutti gli altri, a prescindere, e hanno un impatto molto pratico, molto concreto sulla vita di tutti.

Questo meccanismo funziona persino in campo scientifico (Einstein non poteva aver preso un abbaglio sulla meccanica quantistica), figurarsi quindi in letteratura: gli scrittori affermati (anzi più in generale le persone affermate, anche se non sanno scrivere) godono di un credito e di un seguito maggiore di tutti gli altri. E siccome tutti gli altri sono il 99,9% del totale, per la maggior parte di chi scrive la speranza di esser letto è molto più remota di quanto sarebbe in un mondo ideale di pari opportunità: un mondo senza il principio di autorità.

Scriveva Cesare Pavese, in un racconto giovanile, che solo il contadino vede nei solchi il grano dell’anno nuovo. Così è quando scrivi la tua storia, ci lavori, non ti va di raccontarla finché non è finita e ci metti le ore e le sere. Un lavoro che tutti quanti sembra fatica inutile, vuota. Solchi che scavi da solo nella tua vita e solo tu ci vedi, in quei solchi. il grano dell’anno nuovo.

Poi il grano spunta, cresce, matura; e alla fine, il principio di autorità brucia il raccolto.

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